extra-small
mobile-small
mobile
tablet
desktop

La relazione come ascolto

Quanto sono complesse le relazioni eppure non riusciamo a farne a meno.
È la nostra struttura esistenziale che ci spinge costantemente verso l’altro per una sorta di incompiutezza interna, una ridondanza che non ci rende mani sufficienti, bastanti. Fatico sempre a credere a quelle che si definiscono single e felici. Ma felici di che? Di mangiare da sole la sera? Di dover trasformare il weekend in una puzzle in cui incastrate più impegni mondani possibili per non sentire il vuoto. Poi certo non si tratta necessariamente di un vuoto asettico, può essere anche un vuoto pieno, ma che senso ha vivere per se stessi?
Questa è la domanda che mi sono sempre posta. Forse proprio il cane può tratteggiare una strada per darci una risposta.

Ecco perché oggi vorrei parlarvi proprio del concetto di relazione con il cane perché, forse, attraverso questo concetto possiamo trarre delle importanti conclusioni sulla nostra modalità di stare nelle relazioni e su possibili modi differenti di essere nella relazione, anche di coppia.

Quando un educatore cinofilo viene chiamato può trovarsi davanti due differenti tipologie di cliente: il primo è il performativo. Questo tipo di personaggio vuole che il cane sia una macchina perfettamente efficiente: il cane deve fare il seduto, deve tornare – manco fosse un soldato – immediatamente al richiamo. Deve per forza assumere atteggiamenti apparentemente integrativi: non abbaiare, non rincorrere nulla, saper andare il venerdì sera a rumorosissimi aperitivi, non temere la scale dei centri commerciali. Insomma il performativo è convinto che il cane “deve” ed il perché di questo “deve” pare però sfuggirgli profondamente. Quello che questo cliente vuole è che di fatto l’educatore si trasformi in una sorta di mago capace di risolvere tutti i suoi problemi ed ecco che, se il cane non fa tutto ciò che gli viene richiesto, si finisce presto per definirlo un soggetto problematico. La natura della problematicità non è tanto nel soggetto quanto piuttosto nelle resistenze che il soggetto ha nell’adeguarsi a richieste che spesse volte non fanno parte della dimensione dell’essere cane. Quando mai un cane – animale che ha un senso dello spazio e bisogno di spazi profondamente differenti dai nostri – desidererebbe stare ammassato e legato in un posto rumoroso ed asettico – a livello olfattivo intendo – come un centro commerciale? Non è quindi il cane ad essere problematico ma la totale incapacità da parte di questo soggetto performativo di ascoltare il proprio cane, di guardarlo nelle situazioni e di avere la voglia di scoprire che non è, ne mai potrà essere, una macchina perfetta. Il cane è un soggetto a tutti gli effetti. Il cane ha una personalità ed ogni essere cane è così peculiare che se solo ci si fermasse ad ascoltarlo si potrebbe accedere a un universo assolutamente nuovo, appagante ed inaspettato. Dono questo molto più complesso e profondo di un seduto o di un riporto.

Grazie alla cultura zooantropologica e grazie all’approccio cognitivo è stato possibile offrire alla dimensione animale una nuova lettura e, ad oggi, sono molti i possidenti di un cane che non vogliono più che il loro cane faccia qualcosa quanto vogliono scoprire chi è il loro cane, vogliono mettersi nell’ascolto di un soggetto, guardarlo risplendere per quello che è. Cosa piace al mio cane? Che emozioni prova in una situazione e quali in un’altra? Ama stare in compagnia? Insomma che tipo è quello con cui convivo ogni giorno? Cosa posso fare per renderlo felice?

Appunto perché i cani possono essere felici ma possono essere anche profondamente tristi, possono essere integrati ma anche intimamente soli. Un cane si sentirà solo sempre se non si sentirà capito, un cane che non si sentirà ascoltato faticherà ad aver voglia di vederti come guida. Obbligare un cane a fare una attività che detesta è come portare tutte le sere un vegano in un ristorante in cui la portata principale è la carne. E per quanto quell’amico vegano ci voglia bene ad ami la nostra compagnia inizierà a chiedersi se le sue esigenze, le sue prospettive del mondo, significhino qualcosa oppure no?

Quanto conta questa amicizia se i miei bisogni non vengono rispettati? Quanto conto io se nessuno si preoccupa mai del mio appagamento? Queste saranno le domande che susciteremo in lui.

Ascoltare il cane significa stabilire una relazione talmente profonda in cui non è una questione di integrazione nell’ecumene ciò che conta quanto di interazione costante, di essere l’uno nella mente dell’altro. Per fare questo bisogna partire da un rapporto di fiducia reciproca in cui si permette al cane una sempre maggiore espressione della propria identità perché possa risplendere nella propria soggettività. Conoscere un cane non significa non essere mai sorpresi da lui o anche spiazzati ma capire il perché, riuscire a leggere cosa è successo nella sua mente e nel suo cuore. Probabilmente si farà molta più fatica, probabilmente non si otterrà un “richiamo forte” ma essendo ogni relazione una sistemica – tale per cui modificando anche solo un aspetto della relazione si modifica la relazione per intero – è necessario comprendere che non siamo qualcuno per il nostro cane solo perché ritorna al richiamo; diventiamo un qualcuno se sappiamo significarci per lui, diventare significativi nella sua vita.

Secondo quest’ottica non ci sono poi tanti soggetti problematici ma solo soggetti che esprimono la propria dimensione soggettiva; quello che è più importante non è “risolvere un problema del cane” giacché la maggior parte delle volte quel problema non è del cane quanto nostro. La relazione non si crea se non attraverso l’ascolto, attraverso le difficoltà, i confronti e, a volte, anche gli scontri. L’importante è non tirarsi mai indietro, non arrendersi, smettere di cercare di raggiungere quel livello di conformazione che è solo una formula soft di coercizione.

Non possiamo non essere se non nella relazione. Noi siamo relazione ma spesse volte siamo così inadeguati nelle relazioni. I cani lo dimostrano, dimostrano che la relazione non deve essere un ritorno a se stessi ma un trascendersi, un oltrepassarsi, un andare costantemente oltre.

Ecco allora che – seguendo quest’ottica – tutte le criticità e i difetti che riscontriamo nella nostra compagna potrebbero essere solo delle barriere che noi mettiamo che – con uno sguardo più attento – possono trasformarsi in orizzonti. Ascoltare, osservare, pazientare, rispettare è la base per essere in una relazione. E una relazione implica sempre una parte di confronto, scontro e anche di guerra ma nessuna battaglia sarà vana se metterà in luce un nuovo tassello dell’altro. Di quello che non siamo. Perché è quello che conta: quello che non siamo. Altrimenti, mie care amiche senza volto, hanno davvero ragione i single.

 

 

Manuela Macelloni

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *