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Quella brutta parola che comincia per "F"

Parliamo di Femminismo. Sì, Femminismo, con la "F" maiuscola. Una parola troppo poco usata (chissà per quale motivo poi...), a volte temuta, a volte discriminata. L'articolo che segue, ci incoraggia a usare questa parola e ad esserne Fiere.

La parola che comincia per “F” non viene spesso pronunciata nelle compagnie di gente “per bene”.
Anche Meryl Streep, la gran dama di Hollywood, vincitrice di tre premi Oscar e detentrice del maggior numero di nominations agli Academy Awards nella storia del cinema (19, per la precisione) si rifiuta di usarla. Anche dopo aver impersonato Emmeline Pankhurst, la storica suffragette. Perché quella brutta parola che comincia per “F”, Femminismo, è una parola scomoda.
Qualche tempo fa’ lessi un articolo riguardante una professoressa di una qualche università italiana che si rivolgeva alla sua classe (ben inteso, una classe mista, composta da alunni di ambo i sessi) usando il plurale femminile anziché il consueto maschile. Ogni volta si alzava un virile brusio di protesta. Per tutta risposta, la docente domandava alle ragazze frequentanti il suo corso perché, quando qualcuno le includeva in un plurale maschile, loro non avessero la stessa reazione.
Già, perché?
“Ma perché questa è la base della lingua italiana!”
“E’ sempre stato così!”, “Certe cose non si possono cambiare”.
Ora, non vorrei risultare la strafottente spaccamaroni di turno ma, di grazia, la lingua italiana è in fiorente attività dal 1500 e no, non è sempre stata così. Per quanto riguarda le “cose che non si possono cambiare”, amore mio, se davvero nulla si potesse modificare tu saresti vestito ancora di pelli semi-conciate di bue, cagheresti in giardino e ti puliresti il culo con una foglia di banano.
Parliamoci chiaro, qui il problema non è la grammatica italiana o la costruzione sintattica della lingua: Il problema è che “femmina” è tutt’ora sinonimo di “debole, inferiore, non degno di nota”
“Quindi ti reputi una femminista? Oramai siamo tutti uguali, a cosa serve esserlo? A cosa serve parlarne ancora, dopo tutto?” ho sentito serpeggiare questa frase in milioni di posti diversi: Aspettando il treno, passeggiando per le strade affollate del centro, in coda alla cassa, nel salotto di casa mia, pronunciate
da milioni di persone diverse: Madri, operai, professori, figlie,
puerpere, maestre. Donne. Uomini.
Ma parlarne serve ancora, dopo tutto.
Serve usare quella brutta parola che comincia per “F”.
Perché in Africa ogni anno 3 milioni di bambine vengono sottoposte ad infibulazione (mutilazioni genitali femminili).
Perché, meno di una settimana fa, a due ragazze argentine in vacanza hanno sfondato il cranio a mazzate; la loro colpa?
Viaggiavano da sole.
Perché, lo scorso ottobre, a Londra, la Corte Suprema ha graziato uno stupratore dalla galera, dicendo che “era visibilmente pentito per il suo gesto”.
Dei danni psicologici causati in maniera permanente alla sua vittima, nessun accenno.
Il femminismo non ha mai usato armi. Non ha ucciso nessun opponente.
Non ha creato campi di concentramento, affamato nessun nemico,
non ha praticato crudeltà alcuna.
Le sue battaglie sono per l’educazione, per il diritto al voto, per condizioni di lavoro paritarie, per la sicurezza, per le vittime di stupri, per le donne rifugiate, per riformare la legge. Se qualcuno dice “Oh, io non sono
femminista”, io chiedo “Perché? Qual’è il tuo problema?”.
Silvia Guzzo

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